Ricordo quando più di vent’anni fa cominciai a interessarmi di alimentazione naturale, e dunque di cereali integrali. Nella grande distribuzione di integrale non si trovava quasi nulla, e l’unico modo per avere un pane integrale decente era farselo in casa.
Ma tutti, dai libri di alimentazione ai produttori di cereali raffinati ai nutrizionisti superficiali, mettevano in guardia dall’integrale a causa di una sostanza presente nei cereali integrali e nei legumi: l’acido fitico, agitato come uno spauracchio e accusato di rubare calcio, ferro e altri minerali e di portare noi consumatori di cereali integrali e legumi alla possibile denutrizione, all’anemia e all’osteoporosi.
Anche se ora nella cultura alimentare (grazie alla scienza e alla maggior diffusione dell’informazione) molto è cambiato e quell’integralismo anti-integrale (un curioso ossìmoro creato sul momento…) è stato in parte superato, l’acido fitico è ancora uno dei primi dubbi con cui si viene a contatto iniziando un’alimentazione naturale ricca di alimenti integrali, e in molti (troppi) casi è ancora utilizzato come comoda scusa per consumare (e far consumare) pochi cereali integrali o legumi e tollerare pane, pasta, e farine bianchi o riso brillato. Un po’ per motivi economici (la grossa industria alimentare è poco incline ai “costosi” cambiamenti produttivi), un po’ per pigrizia intellettuale e non (ammettere che le teorie studiate trent’anni fa erano superficiali e cambiare – e far cambiare – le proprie abitudini è dura) il consumo di cereali integrali e legumi stenta a decollare nell’alimentazione di massa, e l’acido fitico è una scusa in più. I dubbi del neofita aumentano inoltre sentendo parlare di altri spauracchi come l’acido ossalico e gli ossalati (stessi effetti dell’acido fitico, ne riparleremo) o gli acidi uronici (dalla fibra). Insomma, occorre fare un po’ d’ordine, e non è facile: innanzitutto molti scienziati ammettono che i meccanismi di assorbimento dei minerali nel nostro intestino sono ancora in parte incerti, e le centinaia di studi e ricerche sull’acido fitico vanno dall’ottimista (ad es. un recente studio spagnolo del 2008 che conclude che una dieta ricca di acido fitico previene addirittura l’osteoporosi perchè produce una maggiore densità ossea rispetto a diete povere di fitati) alle velate minacce (possibile carenza di ferro e calcio negli anziani che, a loro dire sventati, indulgono nel consumo di cereali integrali e legumi; ma il resto della loro dieta com’è, piuttosto?). Per preparare questo post ho dovuto rileggermi centinaia di pagine di ricerche che ho raccolto fino a oggi, e di incertezze se ne trovano ancora. Ma un consiglio prima di andare avanti è di tenere a mente questo: l’uomo consuma cereali integrali e legumi da migliaia di anni (90.000, secondo un recente studio canadese), e a parte i casi di carestie non sembra che il normale trofismo osseo o la qualità dei globuli rossi ne abbiano mai sofferto. Dunque forse l’acido fitico ha subìto accuse per lo meno eccessive. Ma una serie di rivincite se le è già prese: è ora considerato anche un potente antiossidante (poichè legandosi al ferro in eccesso nel nostro organismo impedisce la formazione del pericoloso radicale libero ossidrile) e un agente chelante di eventuali metalli tossici, svolgendo una potente azione protettiva anticancro.
Comunque ho tentato di sintetizzare quale sia lo stato dell’arte della ricerca sull’acido fitico, e per fare questo il post sarà così suddiviso:
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cos’è e a cosa serve l’acido fitico
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cosa succede quando lo mangiamo
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come vengono limitati (dalla natura e dall’uomo) i suoi effetti anti-nutrizionali
L’argomento è vastissimo: per non appesantire il post alcuni punti interessanti li riprenderemo anche in futuro.
COS’E’ L’ACIDO FITICO
L’acido fitico (mio-inositolo esafosfato) si trova praticamente in tutti i semi (dunque anche cereali, legumi e semi oleosi), soprattutto nella parte esterna (crusca, buccia, ma nei legumi anche e soprattutto all’interno) e biologicamente serve alla nascita e sviluppo del germoglio, rappresentando fino all’80% della riserva di fosforo su cui la piantina appena nata può contare finchè le radici non sono in grado di assorbirlo dal terreno. Si trova soprattutto legato a minerali (calcio, ferro, magnesio, manganese, zinco) sotto forma di sali misti detti fitati (alcune volte si usa il termine fitina indifferentemente per l’acido fitico o per i suoi sali). L’acido fitico ha infatti la caratteristica di legarsi facilmente e solidamente con questi minerali (ma potenzialmente anche ad altri ioni e proteine), ed è da qui che deriva la sua fama di elemento antinutritivo. Il legame nei fitati è cosi forte che per essere scisso ha bisogno di un enzima, la fitasi, una fosfatasi acida che si trova anch’essa nei semi e si attiva con i processi di germinazione (presenza di acqua e ambiente acido) liberando i legami e degradando l’acido fitico (defosforilazione) per rendere i minerali e il fosforo disponibili per la crescita del germoglio.
Dunque per gli scopi biologici delle piante il meccanismo è perfetto. Ma cosa succede quando mangiamo questi semi (cereali e legumi, ma anche semi oleosi)? Il fosforo e i minerali presenti nei semi servono anche al nostro organismo: come riusciamo ad assimilarli?
COSA SUCCEDE QUANDO LO MANGIAMO
Riguardo la diffusione, l’acido fitico è molto diffuso in natura: nei cereali con percentuali che vanno dallo 0.5% all’1%, nei legumi dallo 0.4% a quasi il 2% della soia, e nei semi oleosi in percentuali variabili (ad es. 1.3% nelle mandorle, 0.8% nelle noci). Essendo nei cereali presente soprattutto nella parte esterna, è praticamente assente in farine bianche e raffinate, pane e pasta bianchi, riso brillato. Nei prodotti integrali è ben presente: ad esempio nel pane integrale raggiunge lo 0.6%.
L’uomo non sintetizza l’enzima fitasi. Questo è comune a tutti gli animali monogastrici, mentre nei ruminanti viene prodotta da batteri presenti nel rumine. Ma la natura ci ha dato lo stesso la possibilità di digerire acido fitico e fitati.
Innanzitutto sfruttando la fitasi stessa presente nei semi: l’ambiente acido e caldo dello stomaco attiva infatti buona parte di queste fitasi, e alcune ricerche hanno dimostrato che una buona metà dell’acido fitico può essere neutralizzato già nello stomaco e i minerali ad esso legati resi liberi. Quello anche solo parzialmente degradato viene comunque più facilmente digerito passando poi nell’intestino. Quello rimasto integro non nell’intestino tenue, però: tutte le ricerche sono infatti praticamente concordi sul fatto che nel piccolo intestino acido fitico e fitati passino senza subire conseguenze. Un’ulteriore defosforilazione avviene piuttosto nel colon per effetto delle flora batterica intestinale. Prima di approfondire i singoli passaggi, però, una precisazione importante: questo avviene in condizioni ideali. Innanzitutto quando i semi vengono consumati senza troppe manipolazioni (pensiamo a uccelli, roditori, primati, all’uomo preistorico e tutti gli altri animali in natura: li mangiano e li mangiavano crudi e integri) e poi con un apparato digerente efficiente, cioè non debilitato da una dieta carente o scorretta (la salute della flora intestinale è infatti fondamentale, pensiamo agli antibiotici o alle diete carenti di fibre). Altra considerazione: come vedremo molte variabili possono agire per migliorare o peggiorare la digestione dell’acido fitico (presenza di particolari vitamine, di altri minerali, trattamenti dei cibi, ecc.). Dalle condizioni ideali, nelle quali praticamente tutto l’acido fitico e i fitati possono essere assimilati senza problemi, si può arrivare a situazioni realmente problematiche di scarsa o nulla inattivazione, con reali rischi di carenze di minerali essenziali. Lo scopo della parte successiva (“come vengono limitati gli svantaggi”) è proprio agire su queste variabili e puntare a quelle condizioni ideali, per non rendere l’acido fitico un nemico ma uno dei migliori alleati per la nostra salute.
Un’ultima considerazione: la scienza ammette che molti degli aspetti legati alla disponibilità e alla digestione dei minerali presenti in legumi e cereali devono ancora essere chiariti. Questo lascia spazio a teorie secondo cui la negatività dell’acido fitico sia stata spesso sopravvalutata. Per contro, che i monogastrici, in condizioni non ideali, non riescano a degradare tutto l’acido fitico ingerito è dimostrato ad esempio dal fatto che gran parte dell’inquinamento provocato dall’allevamento intensivo di suini e pollame sia dovuto alla grande quantità di fosforo ancora presente nelle feci degli animali, dovuto proprio ai fitati presenti nei mangimi che non vengono digeriti. L’aggiunta di fitasi batteriche o fungine ai mangimi è in grado di ridurre enormemente il fosforo di scarto degli allevamenti e rappresenta una recente frontiera di ricerca anche per l’alimentazione umana, ma dimostra che l’acido fitico in certe condizioni può essere un problema.
Ma torniamo al viaggio dell’acido fitico nel nostro apparato digerente. Le fitasi endogene presenti nei semi si attivano con più efficienza a temperature dai 30 ai 50 gradi e a ph intorno a 5.0 (per i legumi una discreta attività fitasica si ha anche a ph 8.0). Sono le condizioni ideali per la germinazione. Il nostro stomaco è in grado di riprodurre queste condizioni, attivando le fitasi. L’acido fitico anche solo parzialmente degradato può inoltre essere digerito da fosfatasi presenti nell’intestino tenue che altrimenti non sarebbero in grado di attaccare l’acido fitico con tutti i legami molecolari completi. Studi sui suini e sull’uomo hanno dunque concluso che lo stomaco può degradare fino al 50% dell’acido fitico o comunque disgregarlo parzialmente per renderlo digeribile dall’intestino tenue che altrimenti non sarebbe in grado di farlo.
Le ipotesi sulla degradazione del fitato nel colon sono più varie. Studi hanno dimostrato che in ratti artificialmente privati della flora batterica il fitato non veniva degradato, mentre in ratti normali veniva degradato fino al 50% di acido fitico, concludendo che l’effetto fosse dovuto alla flora intestinale, probabilmente ad opera di fitasi batteriche. Altre ricerche ipotizzano invece che il suo ruolo sia scarso. Ma la flora intestinale ha dimostrato di avere comunque un altro effetto interessante: in seguito alla fermentazione delle fibre solubili (provenienti soprattutto da frutta e verdura) vengono prodotti acidi grassi a catena corta che si legano ai minerali e sono in grado di farli passare attraverso la mucosa intestinale, evitando che si leghino all’acido fitico ancora presente e rendendoli assimilabili. Questo conferma l’importanza di frutta e verdura anche e soprattutto in diete che comprendono molti cereali integrali (apportatori in prevalenza di fibre insolubili) e più in generale di una dieta sempre varia e completa.
Ma insomma quanti minerali riesce a rubarci l’acido fitico? Su questo la ricerca è ancora vaga. Siamo nel campo delle ipotesi: alcune sperimentazioni che coinvolgevano anche gli ossalati hanno ipotizzato che nel peggiore dei casi fitati e ossalati presenti in un alimento riescano a sottrarre al più i minerali in esso stesso contenuti. Un’ipotesi potrebbe essere che durante lo sviluppo delle piante l’acido fitico che si forma nei semi in maturazione (riserva di fosforo, ricordate?) cattura mammano i vari minerali che gli capitano a tiro formando fitati. Se non in presenza di anomalie nella crescita (come carenze ambientali di minerali), difficilmente nei semi rimangono molte molecole di acido fitico che hanno ancora “posti disponibili” per ulteriori minerali, poichè lo scopo biologico è di fornire al futuro germoglio fosforo e minerali, non di sottrarli all’ambiente. Cosa vuol dire questo? Che ad esempio un piatto di riso integrale può diminuire l’assorbimento di minerali sì, ma solo di quelli presenti nello stesso riso (o meglio, l’acido fitico non li rilascia tutti o li ricattura durante la digestione) ma non “ruba” ad esempio il calcio di una fetta di formaggio consumata nello stesso pasto, o i minerali contenuti nelle verdure che lo accompagnano. Ma vedremo che anche questo si può migliorare.
Da non sottovalutare infine, come ricordato prima, gli effetti positivi dell’acido fitico: legandosi a minerali potenzialmente tossici ne limita gli effetti, e in particolare sottraendo il ferro in eccesso funge da potente antiossidante impedendo la produzione del radicale libero ossidrile ed esplicando dunque una protezione anticancro.
E dunque…
COME VENGONO LIMITATI GLI SVANTAGGI DELL’ACIDO FITICO?
La cosa che appare evidente è che nel corso dei millenni si sia instaurato, tramite l’evoluzione, un equilibrio fra le piante da una parte e chi si vorrebbe nutrire dei suoi preziosi semi (fra cui l’uomo) dall’altra, visti dunque come predatori.
Dal lato delle piante la natura ha favorito l’evolversi di esemplari che producevano semi con le riserve di fosforo e di minerali scarsamente assimilabili da chi li mangia, creando un deterrente. Esistono (e sono esistite) infatti anche mutazioni naturali nelle quali l’acido fitico è molto meno presente, e sono le mutazioni a cui gli scienziati stanno lavorando per migliorare il valore nutritivo di legumi e cereali. Ma queste mutazioni, proprio perchè prede più facili, si estinguevano più facilmente essendo la presenza di acido fitico un fattore di protezione come può esserlo una più forte resistenza all’attacco di funghi e batteri, e a volte non creavano discendenza anche per una minore germinabilità.
Dal lato di noi predatori, invece, l’evoluzione ha favorito gli individui che ad esempio avevano un sistema digerente con un ph tale da favorire l’azione delle fitasi presenti nei semi, o un colon predisposto ad accogliere una flora intestinale adatta alla parziale degradazione dell’acido fitico. Il bilancio finale sulla bio-disponibilità dei minerali presenti in cereali, legumi, semi oleosi deve sicuramente essere stato, nel corso dei millenni, positivo per noi, altrimenti non si spiegherebbe il normale sviluppo e mantenimento delle ossa e di altre funzioni organiche, nostri ma anche degli altri animali che si cibano di semi. Ma è un equilibrio fragile, e lo dimostra il fatto che basta qualche elemento di disturbo, come può essere una carestia o un’alimentazione incompleta o non equilibrata a rendere negativo il bilancio e portare a carenze di minerali e osteoporosi precoce. Questo spiegherebbe le carenze di ferro e altri minerali trovate ad esempio in popolazioni povere e rurali costrette a basare la loro dieta esclusivamente su legumi e cereali integri, con scarso introito di altri alimenti (verdure, frutta, latte, formaggi, carne, ecc.). E’ accaduto in alcune aree del sudamerica (diete prevalenti di fagioli) o in estremo oriente, dove in caso di carestia veniva consumata senza fermentazione la soia, ricchissima di fitati, che in condizioni normali non è stata mai usata al naturale ma sempre dopo trasformazioni e fermentazioni “anti acido fitico” (tempeh, natto, miso, salse varie, germogli, ecc.), poichè probabilmente nei secoli avevano già intuito le caratteristiche antinutrizionali di questo legume.
La tradizione e la scienza ci danno oggi i mezzi per comprendere e migliorare a nostro vantaggio l’interazione con l’acido fitico, in modo da conservare gli enormi vantaggi del consumo di cereali integrali, legumi e semi oleosi diminuendo i suoi effetti negativi. Vediamo come.
- Varietà alimentare. Gli alimenti contenenti acido fitico creano problemi di ridotto assorbimento di minerali se sono l’unica fonte di quei minerali nell’intera dieta (vedi le già citate popolazioni rurali che si nutrono ad esempio di soli legumi o colpite da carestie). Come abbiamo visto prima i minerali provenienti da altri alimenti non vengono rubati, dunque anche se non si adottano altri rimedi una dieta varia e completa limita già di per sè gli effetti negativi dell’acido fitico, come d’altronde si nota in chi segue diete complete e bilanciate, dove pure in presenza di grandi quantità di legumi e in cui i cereali sono esclusivamente integrali, densità ossea e altri parametri che dovrebbero essere peggiorati dall’acido fitico sono invece normali e spesso migliori rispetto a diete “non integrali”, ma carenti e sbilanciate.
- Fibre. Come abbiamo già visto le fibre (soprattutto quelle solubili, presenti maggiormente in frutta e verdura) fermentando nel colon grazie a una sana flora batterica intestinale producono acidi grassi a catena corta (acetico, proprionico, butirrico, …) che si legano facilmente agli ioni dei minerali rendendoli assimilabili e annullando l’effetto negativo dell’acido fitico. Dunque frutta e verdura in quantità, come sempre.
- Cottura: non aiuta. La cottura non ha un grande effetto sull’acido fitico e i fitati: sono molecole molto stabili, anche al calore. Inoltre, le alte temperature non solo eliminano pochissimo acido fitico ma hanno pure un effetto distruttivo sulle fitasi endogene presenti nei semi.
In un esperimento è stata somministrata crusca cruda e cotta a volontari, verificando che nel primo caso fino al 60% dell’acido fitico veniva degradato in stomaco e tenue, mentre nel caso della crusca cotta la degradazione era quasi nulla, concludendo che la cottura aveva distrutto l’enzima fitasi presente nel cereale. Dunque via libera al muesli della colazione e stop ai cereali estrusi (soprattutto crusca) industriali. La pasta integrale durante la cottura non perde acido fitico, che passa poco nell’acqua di cottura, e anzi perde parte delle fitasi presenti nella semola. Non dovrebbe mai essere dunque la nostra unica fonte di cereali integrali.
La cottura nei legumi elimina circa il 30% dell’acido fitico per effetto delle fitasi endogene attivate nella prima parte della cottura stessa, mentre l’acqua (in partenza fredda) si scalda e se i legumi sono ben idratati. Le alte temperature successive bloccano poi le fitasi.
- Fermentazione (dunque anche lievitazione). La fermentazione comprende diverse preparazioni: prodotti come miso, tempeh, natto nel caso della soia (fermentati con particolari funghi), o fermentazioni usate ad esempio nella cucina indiana e orientale; la fermentazione casalinga di legumi e cereali; la lievitazione del pane. Nel caso di miso, tempeh, natto, ecc. la fermentazione oltre ad attivare le fitasi endogene è fatta ad opera di funghi e batteri che producono essi stessi fitasi. In quei casi fino al 100% dei fitati viene reso assimilabile. La fermentazione casalinga di cereali e legumi segue le stesse tecniche e ha medesimi risultati, ma attenzione: bisogna sapere cosa si sta facendo per evitare pericolosissime intossicazioni. La lievitazione della pasta per pane, pizze, torte, focaccie (integrali, ovviamente) avviene anch’essa ad opera di funghi e batteri, ma che in questo caso hanno scarsa o nulla produzione di fitasi di per sè stessi. Piuttosto l’idrolisi dei fitati avviene per l’attivazione delle fitasi endogene della farina grazie all’ambiente caldo, umido e acido della pasta. Nel caso del pane la lievitazione fatta con pasta madre (o pasta acida) è più efficace di quella fatta con lievito di birra. In una pasta ben lievitata fino al 100% dell’acido fitico viene idrolizzato.
Ma attenzione: la lievitazione deve essere lunga, non quella indotta velocemente da lieviti industriali, utilizzati da gran parte dell’industria e purtroppo anche da molti fornai. Per contro, alcuni pani “industriali” (in realtà prodotti di nicchia per alcuni supermercati e negozi di alimentazione naturale) vengono prodotti con lievitazioni eccellenti in grado di eliminare completamente l’acido fitico. Chi utilizza la pasta madre/pasta acida sa bene quale sia il suo pregio e dunque lo indica sempre in etichetta: se vedete indicato solo “lievito per panificazione” è lecito dubitare.
- Germinazione. La germinazione attiva le fitasi endogene dei semi, degradando tutto l’acido fitico. Cereali e legumi (ma anche altri vegetali) così trattati risultano di eccellente digeribilità. I semi germogliati possono poi essere cotti e in molti casi consumati crudi. E’ un processo un po’ lungo (diversi giorni) e gestibile per lo più in ambito domestico, anche se si trovano spesso nei supermercati germogli già pronti.
- Vitamina C. La vitamina C inibisce il legame fra acido fitico e minerali (soprattutto il ferro). E’ uno dei meccanismi per cui gli agrumi a fine pasto raddoppiano l’assorbimento di ferro dei legumi. Peperoni o verdure ricche di vitamina C, o un’arancia, o un kiwi, o due mandarini dopo legumi e cereali integrali sono in grado di minimizzare l’effetto chelante dell’acido fitico.
- Poco calcio. Un ambiente ricco di calcio limita l’azione delle fitasi. La differenza la può fare anche solo una fetta di formaggio o il latte aggiunti ad un pasto, e possono impedire l’inattivazione dal 20% al 30% del fitato presente in cereali e legumi consumati insieme.
Yogurt e latte fermentato, grazie alla loro maggiore acidità, sono invece meno inibenti.
- Ammollo di cereali e legumi: nell’ammollo prolungato (almeno 12 ore) un po’ di acido fitico si solubilizza e rimane nell’acqua, e se l’ammollo è fatto in acqua calda (45°) e con ph fra 5.0 e 6.0 (leggermente acida), dal 30% fino al 100% dell’acido fitico può essere neutralizzato in seguito all’attivazione delle fitasi endogene, perchè si riproduce l’ambiente adatto alla germinazione. Non bisogna esagerare nel rendere acida l’acqua dell’ammollo, altrimenti la buccia rimane dura: è sufficiente un cucchiaio di succo di limone o di aceto per ogni chilo di legumi o cereali.
- Fitasi aggiunte. E’ la nuova frontiera. Le fitasi microbiche o fungine aggiunte ai mangimi d’allevamento sono già una realtà. Si stanno studiando fitasi analoghe da aggiungere ad esempio al pane o ai prodotti da forno. Sono anche allo studio varianti genetiche “lpa” (low phytic acid, a basso contenuto di acido fitico) di cereali e legumi per diminuire le carenze dietetiche di minerali, soprattutto pensando ai paesi in via di sviluppo.
Concludendo, sapere cos’è e quali siano i meccanismi biologici dell’acido fitico ci aiuta a vederlo nella giusta luce, non più come nemico assoluto ma come uno dei tanti elementi presenti nei cibi. La natura ci ha dato, nei millenni di evoluzione, tutti i mezzi per utilizzarlo senza danni. Nell’ambito di una dieta naturale varia e completa come la macrobiotica mediterranea l’acido fitico non è sicuramente un problema.



Azitutto complimentoni per il sito è Bellissimo!!!! La macrobiotica aveva bisogno di un aggiornamento, alla luce di ciò che sappiamo oggi… Ottima fusione tra Tradizione e Scienza. Ti ho messo subito nei Preferiti…
Passiamo alla domanda: non ho capito una cosa quando parli della cottura, prima dici che le alte temperature distruggono la fitasi e poi, alla fine del paragrafo, dici che viene attivata…
Puoi spiegarmelo meglio?
Grazie
Da: Leo su 6 luglio 2010
alle 16:21
Grazie dei complimenti, Leo.
). Se non ti riferivi a quella, invece, fammi sapere!
Penso tu ti riferisca a questa frase:
“…La cottura nei legumi elimina circa il 30% dell’acido fitico per effetto delle fitasi endogene attivate nella prima parte della cottura stessa, mentre l’acqua (in partenza fredda) si scalda e se i legumi sono ben idratati. Le alte temperature successive bloccano poi le fitasi…”
In effetti la frase è costruita male, ma dice che nella prima parte della cottura dei legumi, cottura che inizia sempre con acqua fredda se no la buccia diventa dura, l’acqua diventa mammano tiepida e poi calda. Nel momento in cui è tiepida si attivano (anche se per un breve periodo) le fitasi endogene presenti nei semi, che riescono ad idrolizzare una parte (gli studi che ho visto dicono max 30%) dell’acido fitico. Quando l’acqua diventa bollente le fitasi vengono distrutte e non riescono più a svolgere il loro compito. Questa era l’informazione che volevo dare, ma vedrò di aggiustare la frase per rendera più chiara (grazie dunque per la segnalazione
Da: pades su 7 luglio 2010
alle 09:50
La ringrazio moltissimo per le preziose informazioni che ha diffuse.
Vorrei farLe una domanda: i fiocchi di cereali in che rapporto sono con i fitati e come li vede in genere da un punto di vista nutrizionale?
GRAZIE
Da: Filomena su 27 settembre 2010
alle 11:39
I fiocchi di cereali come quelli presenti nel vero muesli (ne ho parlato nel post sulla colazione), cioè dall’aspetto di un chicco integro schiacciato, hanno una valenza nutrizionale elevata. Prima di tutto sono quanto più vicino alla forma “crudo + integrale” si possa trovare, e inoltre (se prodotti bene) l’ammollo precedente la pressatura fra rulli arroventati dovrebbe attivare buona parte della fitasi presenti nei semi, abbattendo gli effetti “negativi” dell’acido fitico. L’ulteriore ammollo a cui li sottoponiamo prima del consumo dovrebbe aumentare ancora di più l’azione della fitasi. Personalmente ne consumiamo molti. Ben altra cosa sono i cosidetti “fiocchi” da colazione prodotti dalla cottura e aggregazione di impasti preparati con farine più o meno raffinate, grassi e zuccheri, che tendo spesso a classificare come “cibo finto” perchè molto “corretto” e processato.
Muesli e pane integrale lievitato naturalmente sono probabilmente il miglior modo di consumare i cereali integrali, dal punto di vista dei fitati.
Da: pades su 27 settembre 2010
alle 13:32
I fiocchi di cereali come sono prodotti? Pensavo venisse cotto a vapore il chicco di cereale e poi passato tra due rulli per essere laminato. Invece da quel che ho capito leggendo anche il suo post “colazione” si esegue prima un ammollo lungo e in ambiente acidulo del chicco di cereale, e quanto ottenuto viene passato tra due rulli roventi. Niente cottura a vapore quindi?
Inoltre nella risposta che mi ha data alla precedente domanda mi parla di ” ulteriore ammollo a cui li sottoponiamo prima del consumo”. Quindi prima di consumarli devono essere messi in ammollo?
Un’altra cosa: ho letto su un sito internet che i ficchi di cereali che si trovano in commercio sono biologicamente morti, e quindi sarebbe meglio autoprodurseli. Mi saprebbe spiegare il significato della parola “biologicamente morto”, e nel caso volessi autoprodurmeli usando una fioccatrice, che processo dovrei seguire? Rulli roventi?
GRAZIE ANCORA
Da: Filomena su 27 settembre 2010
alle 13:57
Un buon muesli dovrebbe essere preparato ammollando (o bagnando nel peggiore dei casi) i chicchi integri e crudi (per ammorbidirli) e passandoli poi fra rulli molto caldi. Non escludo che qualche produttore, per velocizzare il processo di “ammorbidimento”, passi velocemente i chicchi a vapore caldo, ma la cottura completa a vapore cambierebbe il gusto del chicco e durerebbe almeno mezz’ora. Lo scopo del muesli è avere il chicco meno elaborato possibile (crudo) ma reso più “masticabile” (schiacciatura). L’ammollo lungo e in ambiente acidulo sarebbe il migliore auspicabile, per via dei fitati. Tieni presente che la versione “antica”, e originale della zuppa di cereali crudi dalla quale è nato il muesli prevedeva chicchi interi e crudi messi in ammollo tutta la notte nel latte ai quali la mattina venivano aggiunti frutta fresca o secca, miele, ecc.
L’ulteriore ammollo è quello al momento del consumo (colazione) per rendere il muesli, che nel sacchetto si presenta asciutto e parecchio croccante, più facilmenente masticabile. Alcuni lo lasciano in ammollo anche tutta la notte (ma diventa quasi una pappetta), noi lo mettiamo direttamente nella ciotola all’inizio della preparazione della colazione con un liquido che lo copre (può essere latte, latte di cereali, succo di frutta, yogurt… in questi giorni io uso latte di riso alla mandorla, mia moglie e il piccolo succo di mirtilli diluito, ma lo cambiamo spesso) in modo che resti in ammollo per una quindicina di minuti. Solo a questo punto aggiungiamo la frutta fresca a tocchetti.
“Biologicamente morto” può voler dire tutto e niente. Posso azzardare che intendesse dire che i chicchi non possono più germinare: cosa evidente, essendo quasi spappolati… Oppure che i cereali industriali in commercio sono così raffinati e lavorati da essere snaturati (già più condivisibile)… ma non definirei un buon muesli naturale “biologicamente morto”, anzi. Mi sembra un tono tipicamente “kousminiano”, dimmi se sbaglio…
Produrli da soli è certo possibile, avendo del gran tempo e spazio per l’attrezzatura (i rulli roventi poi…), cosa che non conviene vista la buona qualità del muesli che si trova nei negozi di alimentazione naturale. Come leggi sotto il titolo del blog, il nostro è un approccio “per persone normali”, nel senso che non abbiamo tutte queste possibilità…
. Personalmente non prendo i muesli già miscelati ma acquisto fiocchi di avena, farro, segale ecc. separati e li mescolo poi a casa.
Ciao!
Da: pades su 28 settembre 2010
alle 11:57
Riguardo al “Mi sembra un tono tipicamente “kousminiano” ” è esatto.
Avrei un’altra domanda da porLe: come vede il mangiare i chicchi di cereali dopo essere stati messi in ammollo per 24 ore, a temperatura ambiente e con un poco di aceto, insomma come, raccontava Lei, accadeva in tempi molto remoti?
Lei ha detto di acquistare fiocchi di avena, farro, segale,…….Come fa a sapere come sono stati prodotti quei fiocchi, nel senso di ammollo in “acido” a temperatura 30/50° e rulli roventi ,oppure di cottura a vapore e laminatura?
Grazie
Da: Filomena su 28 settembre 2010
alle 13:31
Dammi del tu, o mi fai sentire vecchio
Da un punto di vista nutrizionale non ci sarebbe niente da dire (se i chicchi sono sani e puliti e facendo attenzione alle intossicazioni da fermentazione: personalmente non mi cimento). I germogli sono il gradino successivo…
Riguardo abitudini moderne e sapore nel mangiarli così, hanno un gusto particolare, bisogna abituarsi.
Anche per questo preferisco il muesli. Ma attenzione a non esagerare con gli estremismi e cadere ad esempio nelle paleodiete… Non bisogna tornare alla preistoria, ma tenere presente che il nostro apparato digerente si è evoluto su quei cibi, ma anche che la cottura dei cereali è praticata da migliaia di anni.
Riguardo il sapere come sono stati prodotti: mi fido dei marchi presenti nei negozi di alimentazione naturale, dietro i quali spesso ci sono aziende fondate da persone che soprattutto per passione del naturale lavorano sui cibi e dunque ne applicano i
princìpi. Non tutte le marche sono così, ovviamente: sta entrando anche qui un po’ troppo marketing. Ti dirò che comunque sto già raccogliendo i riferimenti per chiedere alle singole aziende le tecniche di produzione usate.
Da: pades su 29 settembre 2010
alle 16:26
Un’altra cosa: una volta aperta una confezione di chicchi di cereali, o di fiocchi di cereali, o di un succo di frutta, o di semi oleaginosi, o di frutta secca, o di frutta disidratata, o di yogurt, o di semi per germogli, o di cioccolata, in quanto tempo deve essere consumata e perché?
GRAZIE
Da: Filomena su 29 settembre 2010
alle 04:10
Ah beh, dipende dall’alimento e dalle condizioni ambientali! Non si può paragonare uno yogurt alla cioccolata sia come durata che come conservazione. Personalmente, dopo l’apertura dei fiocchi di cereali e di qualsiasi seme (riso ad es.) conserviamo la rimanenza, ben chiusa nel sacchetto, in frigo. Umidità e temperatura oltre i 25/27 gradi facilitano infatti le muffe, e lo stesso vale per i semi oleosi. Diciamo che il frigorifero è il posto migliore per quasi tutte le cose che hai elencato. I cereali e i semi oleosi si conservano in frigo per mesi, e comunque anche per il resto devi rispettare le date di scadenza sulle confezioni.
Da: pades su 29 settembre 2010
alle 16:27
Ancora un’altra cosa: ” i chicchi non possono più germinare: cosa evidente, essendo quasi spappolati… “, quindi nei fiocchi di cereali, non c’è la possibilità di attivare alcunché, per esempio le fitasi?
Da: FILOMENA su 29 settembre 2010
alle 06:59
Hai visto che aspetto hanno i fiocchi? Sono schiacciati, con la buccia lacerata e il germe appiattito o separato dal seme. E’ per questo che non germinano bene. La fitasi è a livello quasi molecolare e non teme la schiacciatura: si attiva anche nella farina, ben più “macinata” dei fiocchi. L’enzima fitasi teme solo l’alta temperatura prolungata. Prevengo la tua domanda: i rulli roventi non la rovinano.
Da: pades su 29 settembre 2010
alle 16:27
nella sezione
COME VENGONO LIMITATI GLI SVANTAGGI DELL’ACIDO FITICO?” scrivi:
La pasta integrale durante la cottura non perde acido fitico, che passa poco nell’acqua di cottura, e anzi perde parte delle fitasi presenti nella semola. Non dovrebbe mai essere dunque la nostra unica fonte di cereali integrali.”
La domanda è la seguente: quali sono le altre fonti di cereali integrali che possono alternarsi alla pasta integrale minimizzando gli effetti negativi dell’acido fitico? E con quale frequenza può essere mangiata la pasta integrale?
Grazie delle preziose informazioni, Rosalia
Da: Rosalia su 10 novembre 2010
alle 16:50
Ciao, penso questo: pane integrale a lievitazione naturale (pasta madre), fiocchi di cereali (muesli) e cereali germogliati (non necessariamente freschi: ad esempio il pane Pema che si trova in tutti i supermercati è prodotto macinando i chicchi dopo averne fatto iniziare la germogliazione) portano quasi a zero gli effetti antinutrizionali dell’acido fitico, e sono fra le nostre principali fonti di cereali integrali. La pasta integrale la mangiamo più o meno a giorni alterni, e rimane comunque un’ottima fonte di nutrienti e fibre.
In ogni caso non evitiamo assolutamente altre forme di cereali integrali per i fitati, poichè, come ho scritto nel post, secondo me gli effetti positivi sovrastano di gran lunga gli eventuali effetti antinutrizionali, ma i tre citati sopra rimangono quelli preferiti.
Da: pades su 12 novembre 2010
alle 09:05
io consumo da anni a colazione una miscela di crusca di grano e crusca di avena con farina di soia per elevare il tenore proteico, circa 60gr di miscela in parti uguali, con latte crudo caldo+ un frutto a fine pasto. che ne dici del pericolo fitati qui? posso stare tranquillo? grazie
Da: gianni su 24 novembre 2010
alle 00:32
Beh, se le due crusche sono crude (e dunque una certa quantità di fitasi è ancora presente) un po’ di acido fitico viene neutralizzato. Certo non ti fai mancare le fibre (con una colazione del genere raggiungi probabilmente i 20 grammi)
. Ma gli altri pasti come sono? Come sei arrivato a questo tipo di colazione? Mescoli solo i tre componenti e il latte e nient’altro? Mi sembra molto “low-carb”… Come mai non il muesli, ad esempio, dove i cereali sono completi e più equilibrati?
I fitati di per sè non sono un pericolo, molto dipende dal resto della dieta. Certo mettendo la sola crusca è probabile che parte del calcio presente nel latte venga rubato dall’acido fitico, ma se il resto della dieta è vario ed equilibrato non penso sia una tragedia. Sono curioso di sapere che gusto ha la miscela.
Da: pades su 24 novembre 2010
alle 22:41
la miscela di per se’ fa abbastanza schifo, moolto meglio una volta sciolta nel latte. non è low carb (le crusche hanno comunque una quota importante di carbo extra fibre (soprattutto l’avena). grande potere saziante, le tante fibre come giustamente dici mi servono a contrastare la stipsi ereditaria che è molto ostinata, ma che è sparita con queste dosi d’urto. il resto è molto equlibrato con 6-7 frutti /giorno , mandorle a gogo e niente o poco pane e pasta, grandi insalatone e formaggi e latte.poco pesce e carne bianca (tacchino e pollo)
Da: gianni su 25 novembre 2010
alle 01:18
niente muesli, che evito per l’elevato indice glicemico
Da: gianni su 25 novembre 2010
alle 01:20
Intendo ovviamente il muesli composto dai fiocchi di cereali integrali, non certo i muesli composti con aggiunta di zuccheri, grassi e frutta essicata, di tipo industriale, quelli sì ad elevato indice glicemico. Vedo comunque pochi cereali, a meno che il tuo “poco pane e pasta” siano dosi più che normali…
. Già che ci siamo e che sei molto gentile nelle risposte, faccio il rompiscatole fino in fondo: legumi mai? Come mai solo mandorle? Pane e pasta sono bianchi? La verdura si limita alle insalate?
Grazie e ciao.
Da: pades su 25 novembre 2010
alle 12:59
legumi mai, insalata era generico per dire verdura mista, mandorle perche’ mi piacciono molto, evito gli omega6 seguendo i dettami della zona, i cereali li mangio solo a colazione.ciao
Da: gianni su 25 novembre 2010
alle 14:03
Salve, grazie per le preziose informazioni presenti in questo interessantissimo articolo !
A proposito di legumi e germinazione di semi vari, volevo chiedere un parere circa il problema della l-canavanina, ovvero quella proteina immatura accusata di sopprimere il sistema immunitario e presente in legumi e germogli di vario tipo.
La presenza della l-canavanina costituirebbe una strategia di sopravvivenza utile a semi e germogli per difendersi dagli erbivori…
Grazie !
Da: Manuela su 15 febbraio 2011
alle 04:11
A dirti la verità ho sempre considerato marginale il problema della canavanina, una delle tante strategie messe in atto dalle piante per non farsi mangiare dai predatori (fra cui l’uomo) fornendo loro un aminoacido “simile” all’arginina e che dunque l’organismo usa per la costruzione di proteine che risultano poi “difettose”. Il legame con il sistema immunitario è dovuto ad un sospetto che alte dosi di canavanina favoriscano il Lupus, nel quale il sistema immunitario (che come è noto si basa sul riconoscimento e controllo delle proteine “aliene”) attacca le cellule dell’organismo stesso, ma nell’alimentazione umana standard i livelli di canavanina non mi pare siano considerate un grosso problema, e da quello che ricordo le cipolle ne contengono, ad esempio, più dei legumi.
Ti dirò, visto il successo biologico del consumo di legumi nell’evoluzione dell’uomo e, d’altro canto, il gran numero di altre armi di difesa messo in campo dalle piante contro di noi, non me ne preoccupo più di tanto. Ma mi hai messo la pulce nell’orecchio e indagherò meglio…
Da: pades su 15 febbraio 2011
alle 13:53
Chiarissima la spiegazione del meccanismo… grazie !
Per me, che seguo una dieta vegana crudista, l’utilizzo dei legumi e dei germogli è fondamentale. E siccome la presenza di l-canavanina sembra essere certa, sarebbe interessante sapere se esistono degli accorgimenti utili a disattivarla, almeno in parte, un po’ come si fa con i fitati…
Da: Manuela su 15 febbraio 2011
alle 15:43
Penso non ci siano tecniche di inattivazione efficaci, che comunque rovinerebbero anche gli altri aminoacidi.
Da: pades su 15 febbraio 2011
alle 17:32
Bellissimo articolo, complimenti!!
Vorrei chiedere se i legumi che si trovano al supermercato, nei quali è indicato che NON necessitano di ammollo prima della cottura, sono già stati trattati a livello industriale per ridurre il contenuto di acido fitico (se si in che modo?) oppure presentano un livello di acido fitico paragonabile a quelli che invece l’ammollo lo richiedono.
Si può comunque eseguire l’ammollo (anche se non richiesto) o si rischia di deteriorare il prodotto?
Spero di essere stato chiaro!
Grazie.
Luca
Da: Luca Abrusci su 22 ottobre 2011
alle 20:10
Presumo siano i legumi decorticati, gli unici che mi vengono in mente che non necessitino di ammollo. L’unico trattamento che subiscono è l’asportazione della buccia, che toglie pochi dei fitati perché nei legumi sono anche all’interno del seme…
Io preferisco i legumi interi perchè più “completi”. Se metti a bagno i legumi decorticati rischi di spappolarli e alla fine della cottura ti ritroverai una crema (in alcuni casi è proprio l’effetto voluto, ad esempio con i piselli decorticati, per alcune ricette).
Ciao.
Da: pades su 25 ottobre 2011
alle 23:04
No, in realtà non si tratta di legumi decorticati. Ad esempio spesso trovo questa dicitura sulle confezioni di lenticchie (anche bio), o su quelle di legumi miste (tipo zuppe per intenderci)
Ho l’impressione che siano sottoposti a qualche “intervento” industriale per renderli subito utilizzabili.
Appena li compro di nuovo posto un link con foto.
Da: Luca Abrusci su 30 ottobre 2011
alle 01:08
Avrei un’altra domanda…
Sono vegano da poco più di un anno, e mi rendo conto che gran parte degli alimenti che utilizzo sono costituiti (o contengono in prevalenza) soia.
Vedi Tofu, simil-cotolette, latte di soia per la colazione, etc. etc.
Ritiene che un uso così massiccio possa provocare inconvenienti?
Grazie mille.
Da: Luca Abrusci su 30 ottobre 2011
alle 01:12
Ho già letto la risposta in un altro topic.
Grazie.
Da: Luca Abrusci su 2 novembre 2011
alle 23:50
Per eseguire un pasto veloce compongo degli shacker con 24g di proteine estratte dal siero del latte (whey protein), 50g di farina integrale biologica, 1 cucchiaio di olio extra vergine di oliva ed acqua ovviamente.
Mi domando se ciò sia valido da un punto di vista nutrizionale, oppure se in qualche modo la farina integrale inibisca in parte anche l’assimilazione delle proteine oltre ad impattare negativamente sull’assimilazione dei minerali ai quali l’acido fitico si lega.
Se gli impatti sono negativi a questo punto potrebbe essere una soluzione:
1. tritare al mixer del pane integrale secco che grazie alla fermentazione ha ridotto la quantità di acido fitico;
2. sostituire la farina integrale con farina bianca (essendo la farina combinata con proteine e grassi, il carico glicemico del pasto comunque sarà inferiore all’indice glicemico della farina se assunta da sola, quindi accettabile).
Grazie
Da: Massimo su 21 novembre 2011
alle 09:25
Beh, che dire… ma quanto può essere più veloce rispetto a mangiare pane e olio (o olive) e un pezzetto di formaggio? Sai che preferisco il cibo più “tradizionale” (ma il sapore, a proposito, com’è?)… e poi ho il difetto di allargare sempre lo sguardo… e il pensiero di dover pulire tutti gli utensili (mixer, frullatori, ecc.) già mi farebbe propendere per la semplice fetta di pane… sai il tempo è quello che è (come hai potuto vedere dal tempo di risposta
). Comunque, sicuramente il pane secco integrale a lievitazione naturale contiene meno fitati rispetto alla farina integrale. La farina bianca mi piace poco (soprattutto se intendi la 00). Finalmente qualcuno che parla di carico glicemico del pasto piuttosto che dell’inutile e fuorviante indice glicemico!
Rimane la curiosità sul perchè preferisci questo composto vagamente Kousminiano, è proprio solo per il poco tempo a disposizione? Comunque non stare a controllare tutto con il bilancino… intravedo il rischio (che ho corso anch’io, anni fa) “ortoressia”. Con il tempo mi sono persuaso che l’alimentazione, anche se entro certi binari ovviamente, deve essere più “elastica”.
Ciao!
Da: pades su 29 novembre 2011
alle 11:01
Complimenti l’ articolo è molto interessante! Avrei una curiosità: A volte nell’ ammollo dei legumi viene suggerita l’ aggiunta di 1 cucchiaio di farina di mais in acqua tiepida. Secondo lei la cosa è possibile che venga fatto per aumentare la fitasi libera in grado di degradare i fitati?
grazie
Da: alessandra su 8 gennaio 2012
alle 17:58
Non sapevo di questa usanza. Indagherò ma probabilmente ha più effetto la fitasi che si attiva (grazie all’acqua tiepida) all’interno dei legumi.
Ciao.
Da: pades su 9 gennaio 2012
alle 01:13
Grazie per le notizie utilissime, ecco le domande:
- se metto nel lievito madre semi o cereali integrali tipo riso, la lievitazione intacca i fitati o è solo dovuto alle fitasi attivate dal caldo umido ?
- inizio sempre le cotture dei cereali e dei legumi con il fuoco più piccolo al minimo, è utile o meglio il vapore ?
- lo zucchero messo nell’impasto e fatto lievitare per 12 ore con la pastamadre subisce modificazioni ?
- far fermentare il riso o i fagioli è veramente difficile ?
Un saluto.
Da: Alex su 14 febbraio 2012
alle 13:19
- semi nella pasta madre: non è la lievitazione di per sè che intacca i fitati ma le fitasi attivate dall’ambiente acido, tiepido e umido.
- inizio cottura: anch’io faccio così, preferisco far alzare piano la temperatura. Penso li mantenga più teneri.
- zucchero nell’impasto: dovrebbe finire per la maggior parte “mangiato” dai lieviti…
- fermentazione cereali e legumi: ti dirò, magari non è difficile, ma non mi attira… più che difficile mi sembra poco sicuro, non so perchè ma il rischio di intossicazioni (se non si fanno le cose più che bene) mi pare dietro l’angolo.
Ciao e grazie!
Da: pades su 14 febbraio 2012
alle 23:07